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Qualche giorno fa ho letto questo articolo: https://www.rollingstone.it/opinioni/la-resilienza-ha-spaccato-anche-i-maroni-piu-resilienti/533011/

Parla di un abuso di potere di una parola, o meglio dell’abuso di potere che si dà a una parola: resilienza.

C’è chi questa parola se l’è tatuata sul dorso della mano, c’è chi se la incide in qualche altre parte di sé. Sta di fatto che questa parola poco conosciuta due lustri fa oggi è il prezzemolo di oratori, motivatori, manager e influencer.

Nulla da dire sul significato, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi per estensione è la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Per definizione almeno il 95% delle persone è innatamente resiliente.

Ciò che fa perdere forza a questa e ad altre parole è l’utilizzo smodato che se ne fa.

Ora se ne non si caccia la parola “resilienza” e affini in una frase sembra non si completi a dovere il concetto.

Per differenziarsi, in realtà,  bisognerebbe fuggire da ciò che scrivono i più e cercare di trovare originalità in ciò che si esprime.

Meglio dire una cosa originale che dieci ovvie per distinguersi. L’innovazione passa anche dal modo di comunicare e di trasmettersi.

L’abuso di parola dovrebbe essere annoverato tra i reati di pessimo branding.

Per tatuarsi nella testa del proprio pubblico in modo unico servono parole uniche, che usiamo solo noi o pochi altri.

La parola è un mezzo veloce per creare connessioni e costruire il proprio spazio nel cassetto della memoria di chi ci ascolta.

Non serve dire di essere resilienti, serve essere autentici.

 

 

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