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A molti non è chiaro ma è la realtà: un’azienda, nonostante la leadership condivisa, nonostante il coinvolgimento, la crescita e la valorizzazione delle persone che sono fondamentali per la sua crescita, non è una democrazia.

A me, in modo provocatorio, ma non troppo, piace dire che: un’azienda è una dittatura illuminata.

Ci dev’essere una persona che ha l’ultima parola. Sempre.

La stessa cosa vale per qualsiasi gruppo di lavoro: se non c’è una persona che può avere l’ultima parola si rischia l’anarchia, ci possono essere persone con le migliori intenzioni ma che generano anarchia totale.

Gli organigrammi e le catene di comando servono proprio a questo. Questo tra l’altro è il grande problema della maggior parte delle p.m.i. italiane: c’è commistione tra ruoli, famiglia, incarichi e deleghe, tutti possono dire tutto e si sentono in diritto di farlo. Non esiste, non deve esistere.

Dove tutti possono parlare, dire, cambiare, puntualizzare, modificare, si rallenta tutto, si creano conflitti e si tende a non portare mai a termine le cose.

Gli standard, le strategie, il modo in cui l’azienda si deve posizionare sul mercato lo decido io, se sono il proprietario o la dirigenza più alta se l’azienda è più strutturata.

Questo dev’essere sempre chiaro a tutti, e quando serve va ribadito.

Io, per esempio, nella mia piccola realtà, ho un “manifesto” che chiunque voglia lavorare con me, deve accettare e deve far suo. Ogni tanto, soprattutto quando ci sono delle cose che non funzionano in modo ottimale, mi siedo con le persone e rinfresco il manifesto, perché la direzione e il modo in cui percorriamo la via, tende, ogni tanto, ad essere dimenticato, smarrita, sottovalutata, è normale, succede a tutti, succede anche a me.

Anche io mi rinfresco il manifesto per vedere se sto percorrendo la via che mi sono prefissato.

Tanti pensano che questa abitudine di scriversi gli obiettivi, mettere giù la visione, siano cose da fanatici americani motivatori del risultato facile. Questo è il motivo per cui chi pensa così, spesso, non ha mai ottenuto risultati importanti. Non fare queste attività limita enormemente il potenziale delle persone.

Il mio manifesto è la mia guida, i collaboratori che lavorano con me devono avere il loro e dobbiamo sovrapporli: se ci sono tanti punti in comune, quelli fondanti, possiamo percorrere la strada insieme, diversamente no.

Non è difficile da comprendere, è molto complicato da fare, a volte richiede dei momenti di confronto anche piuttosto duri.

Lo dico per esperienza personale, non voglio più ripetere gli errori che ho fatto in passato, per questo sono così intransigente su questo punto della condivisione delle metodologie e della visione.

Ma è obbligatorio condividere la metodologia?

No, se non lavori con me, non è ovviamente obbligatorio, puoi anche pensare che le mie metodologie, la mia visione, il modo in cui voglio portare la nostra attività sul mercato sia una stupidaggine.

Se non lavori con me, appunto.

Se invece fai parte della mia organizzazione io devo lavorare affinché tu comprenda come si deve fare e, semplicemente, metterti nelle condizioni di fartelo fare.

Io voglio che tu ottenga risultati importanti, per te, per me, per la nostra organizzazione e soprattutto quando la via è tracciata, ti chiedo di mettere i tuoi piedi nelle orme che ho già tracciato io, per velocizzare la tua crescita, per farti vincere prima. Per aiutarti ad evitare gli errori che ho già fatto io e sfruttare al meglio le expertise che ti posso trasferire.

Ecco, questo punto di vista spesso non riesco a trasferirlo, è un mio difetto ancestrale, ma non mollo, continuo a lavorarci.

In questi giorni però, sto guardando un bel documentario a puntate su Netflix, si intitola “The last dance” e racconta l’epopea del numero 1 dei numeri 1: Michael Jordan. Questo documentario mi è venuto in aiuto e mi ha dato lo spunto per scrivere questo articolo.

Michael Jordan

Guardando quel documentario puoi vedere una cosa che trovo molto interessante: vengono intervistati i suoi compagni di squadra, tutte superstar della N.B.A. non giocatori qualunque, superstar. Vengono intervistate anche altre grandi glorie del passato, campioni leggendari nella storia del basket professionistico U.S.A.

I racconti di queste leggende del basket parlano di una persona fuori dagli schemi, fuori standard, più grande, più bravo, più dedito, più fanatico, si più fanatico di loro, più tutto.

Michael Jordan, nel suo settore è stato il numero 1 dei numeri 1.

Nel documentario ci sono tanti aneddoti e storie, ma una in particolare, voglio condividerla con voi oggi, dice Michael:” “Vincere ha il suo prezzo.
E anche essere un leader.
Spingevo i compagni quando non volevano essere spinti.
Spronavo chi non voleva essere spronato.
E mi ero conquistato quel diritto perché quelli che vennero dopo di me non avevano vissuto ciò che avevo vissuto io.
Chi giocava con me doveva adattarsi ai miei standard e non avrei accettato niente di meno.
Per questo, dovevo fargli muovere il culo?
Lo facevo.
Se chiedete ai miei compagni di sicuro vi diranno che non chiesi mai a nessuno di fare cose che io non facevo.
Molti, sentendolo, possono pensare che non fossi simpatico, che fossi un tiranno.
Beh, non hanno mai vinto niente.
Io volevo vincere e volevo che gli altri vincessero.
Non ero costretto a farlo.
Lo facevo perché io sono così.
E giocavo così.
La mia mentalità era quella.
Chi non voleva giocare così era libero di non farlo”.

Non ci sono discussioni

Se vuoi ottenere le vittorie devi seguire le regole di chi le ha già ottenute, non c’è niente da inventare.

Certo, in un collaboratore io cerco iniziativa, spirito critico, suggerimenti, passione e voglia di lasciare un segno ma prima di tutto rispetto delle regole, che ho fatto io, perché ho già vinto e voglio insegnarti a vincere, per crescere ancora di più, insieme.

Comprendo che sia difficile da accettare, soprattutto se hai una forte personalità, ma, da me, funziona così.

Sono disposto a perdere qualsiasi collaboratore che non condivide con me questi punti.

Mi è successo in passato, potrebbe continuare a succedere in futuro: più alti sono i tuoi standard più sarà difficile far crescere i tuoi collaboratori e trovare persone che hanno voglia di condividere il tuo sogno.

E’ così, non serve farsi il sangue amaro, basta farsene una ragione.

Ma per chi lo farà, per chi seguirà la via, ci saranno frontiere da varcare di un’altro livello. E’ sempre una questione di scelte, certo il talento conta tantissimo ma non è solo il talento che conta, lo spirito di sacrificio, la disciplina e la costanza che servono per esprimere al meglio il talento fanno la vera differenza.

Conosco gente che ha grandi talenti completamente sprecati e buttati nel cesso. Conosco gente che non ha grande talento ma che è riuscita ad eccellere applicandosi con ferocia e con determinazione.

Quando il talento incontra la dedizione abbiamo le leggende come Michael Jordan, rare, ma non impossibili.

Per questo è così difficile lavorare con me, ma i risultati sono certi, scientifici, dimostrati e dimostrabili.

Comprendi ora perché un’azienda che funziona non può essere una democrazia?

Il mantra di questo post è: questaèlaviabastapercorrerla

Per oggi è tutto

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